Il 12 e 13 Giugno si terrà il Referendum sulla ‘privatizzazione’ dei servizi idrici. Non intendo soffermarmi sul discorso SI/NO, se ne è parlato fin troppo ma preferisco fare un passo indietro per analizzare una cosa e cioè di quanti sappiano in realtà su cosa si chiede ai cittadini di esprimere il proprio parere. Innanzitutto bisogna partire dal SIGNIFICATO delle parole.
Il primo quesito del Referendum riguarda la ‘privatizzazione’ dei servizi idrici, ovvero la messa a gara dei servizi idrici al pari degli altri servizi pubblici locali e la remunerazione dei capitali investiti. Quindi, il referendum non prende in discussione la proprietà dell'acqua: l'acqua rimane un bene pubblico, di proprietà statale e nemmeno le infrastrutture idriche, che rimangono proprietà pubblica inalienabile; l'eventuale privatizzazione riguarderà solo la gestione dei servizi idrici integrati (acquedotti, fognature, depurazione). Bene, allora perchè si continua a discutere di privatizzazione dell'acqua??? Sarà per semplificazione, ma il significato non è lo stesso, anzi, cambia parecchio e mi sembra che questa imprecisione sia alquanto volontaria...
Per buona parte di chi sostiene il referendum, l'acqua non deve essere considerata un bene economico, cioè il cui prezzo non deve essere gestito dalla legge della domanda e dell'offerta. A detta di Paolo Carsetti, del Forum italiano dei movimenti per l'acqua, “occorre difendere l'acqua come bene comune, da sottrarre a logiche di mercato e profitto”. Allora, giusto per ricordare ciò che è ovvio, se un bene è economico o meno non è determinato dalle sue qualità simboliche o da quanto sia importante per la sopravvivenza. Un bene è economico se è scarso, e quindi esiste il problema di come allocarlo. Quindi, piaccia o meno e indipendentemente dalla sua origine o meno come dono divino, l'acqua è un bene economico. Come sono beni economici il cibo (o ''il pane'', giusto per evocare altri simboli), i vestiti, l'abitazione e tanti altri senza i quali l'esistenza non sarebbe possibile. Questa realtà elementare, la scarsità dell'acqua e quindi la necessità di ragionare in termini economici della sua gestione e allocazione, resta qualunque sia il regime di proprietà dell'acqua. La vera domanda quindi non è se l'acqua è un bene economico o meno. Lo è, almeno finché resta una risorsa scarsa. La vera domanda è: quali obiettivi vogliamo raggiungere con questo bene e, soprattutto, come vogliamo raggiungerli?
Sugli obiettivi, credo che ci sia in realtà ampio consenso. A nessuno piace l'idea che ci siano vasti settori della popolazione condannati alla sete e a nessuno piace l'idea che l'acqua, o qualunque risorsa naturale, possa essere usata per estrarre profitti monopolistici. I dissensi sono sul come. I referendari sembrano stra-convinti che gli obiettivi possono essere raggiunti unicamente mantenendo non solo la proprietà pubblica dell'acqua (che come già detto non è messa in dubbio dalla legge Ronchi) ma anche la gestione pubblica della sua distribuzione. Non ho capito bene quali argomenti teorici e quale evidenza empirica sostenga tale posizione; le cose che ho letto, sono più o meno al livello di ''il denaro è lo sterco del demonio'' e quindi non si possono prendere sul serio. Attendo migliori indicazioni. Attendo anche di sapere perché i proponenti del referendum non propongono pure la nazionalizzazione immediata di tutte le panetterie. Il pane, si sa, è una risorsa essenziale senza la quale la vita è impossibile, ed ha anche un alto valore simbolico. Come si può permettere che la sua distribuzione venga lasciata ai privati???
Per quanto riguarda il secondo quesito, che verte sulla determinazione della tariffa in base all’adeguata remunerazione del capitale investito, sembra che una “adeguata remunerazione del capitale investito” comporti inevitabilmente prezzi dei servizi idrici maggiori. Se fosse vero che il prezzo aumenta per colpa del profitto, sarebbe vero anche per qualsiasi altra attività economica: anche le case, le automobili, il pane e gli abiti costerebbero di meno se fossero prodotti da un soggetto pubblico che non remunera il capitale investito. La storia dell’Unione Sovietica mi sembra che smentisca questa credenza in modo abbastanza netto… Dobbiamo intenderci sul significato di “profitto”. In un mercato concorrenziale, il profitto rappresenta il costo-opportunità del capitale e il premio per l’imprenditore che riesce a produrre lo stesso valore degli altri con costi più bassi (o un valore più alto agli stessi costi). In un mercato monopolistico non regolato, il profitto è gonfiato dalla rendita di monopolio. Nel settore idrico le possibilità di sfruttare la concorrenza sono limitate alla fase di affidamento del servizio (da quattro a dieci volte in un secolo, diciamo), ma una buona regolazione può aiutare non poco. Del resto, non basta non fare profitti per costare poco: un’impresa che non remunera il capitale, ma ha personale in eccesso o affida consulenze d’oro agli amici dell’assessore, alla fine, potrebbe costare di più, molto di più…
Pongo fine a questa filippica, che di sicuro a molti non piacerà, ma conosco tanta brava gente che si sta impegnando per questo referendum senza però aver ben chiara la differenza fra ciò che sta scritto sui quesiti referendari e ciò che viene sbandierato da varie fonti che di tutto fanno tranne che dare una visione trasparente. Come sempre lo scontro è più ideologico che concreto ed è dominato dalle strumentalizzazioni. Non che io abbia attitudini da paladino della giustizia o da buon samaritano, ma mi piace pensare di poter dare il mio piccolo contributo a chiarire la questione.
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