Copio e Incollo un articolo comparso sul blog Sasaki Fujika che trovo molto interessante. So che un blog dovrebbe essere un'espressione personale ma non me ne frega niente: questo articolo mi piace io lo metto sulla mia bacheca dando a Cesare ciò che è di Cesare.
Si parla molto ultimamente visto il periodo elettorale (ora di ballottaggio) di come cambiare la città e spesso non ci si ferma un attimo a ragionare che la città è fatta da persone e sarebbero queste persone le prime a dover cambiare per dare un'aria diversa alla città. L''articolo riportato non è altro che un breve resoconto di una colazione al bar della durata di 5 minuti, ma da un bello spaccato di una realtà fatta da tante diverse sfumature....
Corso Magenta, è un piccola ed importante via nel centro storico di Milano. In corso Magenta ci sono nato, per dire. Un po' dietro in un pezzo di paradiso terrestre all'ombra di Santa Maria delle Grazie che è la chiesa che conserva il cenacolo di Leonardo da Vinci. Fanno quattro canti la fermata di due tram, tre attraversamenti pedonali, il collegio San Carlo (dal quale deriva il soprannome alla fighetteria milanese: sancarlino -cfr: pariolino, albarino, cabinotto, eccetera) e il bar Le Grazie. Al bar Le Grazie, spesso, vado a fare colazione: hanno una brioche al pistacchio che vale tutto il resto, di solito.
Di fronte al bar caffè Le Grazie ci sono tre piccoli parcheggi per i motorini. Di solito ci sono sopra parcheggiate una Mini e una mini car (quello dice: se ci stanno i motorini, posso starci anche io che sono un cinquantino).
Oggi c'era un solo posto libero e mi ci sono messo. Scendo ed entro nel bar. Saluto e pago un cappuccino ed una brioche (€2.50), aspetto che uno dei baristi finisca di rimpinguare la vetrinetta dei dolci con quelli appena sfornati che tiene in mano su una teglia, prendo quel che desidero (quella al pistacchio), mi avvicino al bancone e ordino un cappuccino tiepido, dico: buongiorno, mi fa un cappuccino tiepido? Mi risponde, glielo faccio subito. E mi fa un cappuccino tiepido. Il motivo per cui, non sempre, mi reco al bar caffè Le Grazie per fare colazione è facilmente riassumibile in: mi danno del lei, fanno quello che dico io.
Mentre faccio colazione si avvicinano al bancone due poliziotti più la solita fiumana di sancarlina fattura la quale, avendo parcheggiato in serena doppia fila e sui marciapiedi della via accanto e su quelli riservati ai motocicli, si appresta a far finalmente fruttare la prima mezz'ora della giornata travestendosi da sex&thecity, libera -se dio vuole- da quella rottura di scatole che sono i figli, compostamente, pettinatamente, scodellati al collegio di cui sopra. Questa scena accade ogni giorno, mentre inizia la ciatella chiedono distrattamente "un marocco", "un macchiato", "un orzo". Nessuno saluta, nessuno ringrazia: non è obbligatorio, è solo buona educazione, quella di base. Certo che ti servono lo stesso, lo fanno per mestiere non per farti un piacere.
Penso allora che vorrò osservare il comportamento dei poliziotti, e lo farò perché vorrò capire se le forze dell'ordine sono in grado di dare un buon esempio di educazione civica. La signora che pretendeva di parcheggiare la sua Mini (la seconda) al mio posto aveva lasciato la macchina davanti all'androne del portone di fianco e si affrettava a chiedere “un marocco, con poca schiumetta” e rivolgendosi alla cassa notificava che “poi ripasso e ti pago, ché adesso non c'ho il portafogli”. Nella mia breve vita ho notato che, spesso, quelli che "poi pago dopo" sono gli stessi che, vabbe' ma lasciamo perdere.
Tocca andare via, ho finito. Dico al barista, buongiorno grazie, poi uscendo guardo la cassiera e ridico: buongiorno, grazie. Esco e in mezzo secondo sono davanti al mio motorino, metto le chiavi nello sterzo per aprire la sella ed estrarre il casco, la Mini dietro di me si accende e, sovrasterzando per schivare l'altra Mini parcheggiata in verticale sul passo carrabile, si immette in Corso Magenta facendo frenare bruscamente il tram numero sedici che sopraggiungeva e l'altro che in direzione opposta l'ha vista sbucare dal nulla dietro al sedere di quella in sosta vietata. Quando passano i due tram, uno fuggendo dalla fermata l'altro arrivandovi, i pedoni ricominciano a provare ad attraversare la via ma è difficile perché un furgone prova a prendere il posto della Mini che è appena partita e per farlo taglia la strada ad una bicicletta che impreca traballando sul pavé. Con la coda dell'occhio vedo arrivare all'altro attraversamento i due poliziotti, sono in divisa, stanno fumando una sigaretta, ricordo d'un tratto d'averli visti uscire prima di me e ricordo anche che non hanno salutato né ringraziato nessuno e che la cosa non mi avesse affatto colpito e di averla cancellata praticamente al volo. Ho spazio per qualche centinaio di particelle incazzate simultanee, le cose semplici devo necessariamente smaltirle. Stanno lì con la divisa sbottonata il cappello in mano e la sigaretta nell'altra, intenti anche loro ad attraversare quel metro di strisce pedonali che in quel momento stanno sotto il fuoco incrociato di biciclette ed automobili. Quella che non li farà passare, obbligando il furgone a desistere nell'infilarsi dove nemmeno una Mini avrebbe potuto né dovuto, è un grande S.U.V nero guidato da un impaziente padre che un metro prima aveva scaricato due figli adolescenti di fronte all'entrata dell'ala liceale del San Carlo. Ora è al telefono, guida con la sola mano destra e deve inchiodare e poi ripartire sterzando alla sua destra di novanta gradi. I poliziotti lo vedono e si scansano, desistono, escono dalle strisce e si buttano in mezzo alla strada, fermando con la mano aperta una Vespa che infastidita dall'attesa stava sorpassando il S.U.V. Questa aggira anche i poliziotti, che nel frattempo deliberavano di chiudere l'attraversamento in diagonale e portarsi sul largo marciapiede antistante Santa Maria delle Grazie, e arriva di fronte a me, dove non c'è posto per parcheggiare perché i parcheggi sono solo tre ed io occupo l'ultimo. La Vespa è guidata da una ragazza molto giovane, avrà vent'anni, ha un'aria indispettita ma non arrabbiata, la guardo e mentre allaccio il casco e sto accendendo il motorino facendolo scendere dal cavalletto le dico: “ti lascio il posto”. Ma quella è già scesa, avendo lasciato la Vespa davanti a me con la ruota dietro sull'altra via e prendendo la borsa sta per attraversare la strada e andare verso l'altra parte della strada, si gira un secondo e mi dice: “no, tanto è uguale”.
E io ti dico: non è uguale. Non siete fighi, voi tutti, siete solo stronzi. Non siete educati, non siete civili, non vi fotte nemmeno di esserlo, non lo capite, non lo volete capire, non avete bisogno di capire. Siete solo nel posto sbagliato nel momento sbagliato e la colpa è sempre degli altri. Avete un milione di pretese e non siete nemmeno capaci di dire “grazie” né “buongiono”; e non pensate a nulla fuorché voi stessi e le quattro minchiate del momento che vi occupano la testa. Siete sciatti e maleducati, pronti a nascondervi dietro la fretta e gli impegni, che ho anche io e molti altri insieme a me, eppure trovo il tempo per combattere una cazzo di lotta impari praticamente da solo. Solo contro gli stronzi, milioni di stronzi che non hanno cura di correggere errori che non sanno commettere. E non so più di chi sia la colpa.
L'unica cosa che so è che non servono le piste ciclabili, più parcheggi, meno smog e le madonne girate. Non avete bisogno di sindaci di destra, né di quelli di centro sinistra, e sinistra. Non è un battaglia tra PdL e PD, quella cittadina. È un tremenda ed inutile, invincibile, guerra tra “buongiorno” e “tanto è uguale”.
Parlate di cose vuote, vi stracciate le vesti per diritti inalienabili di 'stocazzo e non sapete gestire civilmente un cazzo di incrocio con due tram e venti pedoni. Ma soprattutto pensate che questa sia la normalità e tutto il resto Topolinia. Il che sarebbe già abbastanza deprimente se non fosse che so per certo che nessuno tra questi orrendi personaggi è un orco che mangia i bambini. Perché se lo fosse basterebbe prendere su i forconi e andare a cacciare l'orco dal villaggio. Invece sono tutte persone normali che per un istante, tutte insieme, di continuo, compiono piccoli gesti incivili dei quali non hanno percezione e se sì, fa lo stesso, tanto è un momento e poi torno.
È così che si mandano a puttane le città, non votando.
Non solo, perlomeno.
Non solo, perlomeno.

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